Appello per una partecipazione femminista e lesbica, gay, trans, queer alle iniziative antimilitariste contro la Trident Junctur

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Di admin il 29 Ottobre 2015. Nessun commento

Pubblichiamo di seguito l’appello di Moju Manuli per una mobilitazione delle donne e delle soggettività queer contro la Trident Juncture e il militarismo

AntimilitaristaReferenti – A chi è indirizzata questa lettera:
Scrivo questa lettera rivolgendomi alle sorelle e alle amanti, alle femministe, alle lesbiche e alle altre donne, a gay, trans, queer e favolosità di ogni sorta; mi rivolgo in primis a chi popola quest’Isola, e lascio che la mia voce vada oltre, perché le questioni di cui vi scrivo ci riguardano tutte e tutti. La mia vorrebbe essere una chiamata alla partecipazione individuale e collettiva per la costruzione di teorie e pratiche antimilitariste condivise, cosa in questo momento ancora più urgente del solito visto che siamo in piena Trident e, se il Sud Europa ne è interessato tutto, la nostra Isola, la Sardegna, ne è il teatro concreto di esercitazione.

Cos’è la Trident Juncture:
Per l’USEUR (comando USA per l’Europa) è “la più grande esercitazione di questo tipo dalla caduta del muro di Berlino”. Per il Media center della Nato è la più grande esercitazione NATO dal 2002. Di fatto la Trident Juncture, che si svolgerà per tutto il mese di ottobre e fino al 6 novembre 2015, è un’esercitazione militare che coinvolge 30 Stati, 36.000 militari, 60 tra navi e sottomarini e 140 tra aerei ed elicotteri.
Le nazioni ospitanti sono Portogallo, Spagna e Italia, in un teatro di guerra “simulata” che, a partire da Gibilterra e dal Mediterraneo occidentale si proietterà verso sud e verso est. L’esercitazione si articolerà in due fasi: – dal 3 al 16 ottobre si svolgeranno attività di pianificazione strategica che coinvolgeranno esclusivamente i centri di comando, denominata Command Post Exercise (CPX). – dal 21 ottobre fino al 6 novembre, si svolgerà fase operativa vera e propria (indicata con livex) nei poligoni, nei porti e negli aeroporti militari degli Stati ospitanti e nelle acque e nei cieli dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo.
Info qui

Perché la necessità di una partecipazione antimilitarista capillare e Perché ci riguarda come femministe, lesbiche e persone appartenenti alla comunità lgbtiq sarda, mediterranea ed internazionale:
Il sistema nel quale viviamo, del quale siamo imbevute, che non ci corrisponde e contro il quale lottiamo quotidianamente dentro e fuori di noi – che é eterosessista, patriarcale e capitalista, che genera violenze e si basa sulla supremazia e le differenze di genere, classe, “razza” ed etnia, orientamento sessuale e che si rigenera e ricicla in continuazione cercando di spalmarsi anche nei nostri contesti – trova nel militarismo una sua massima espressione: come modello di forza, di virilità (che si porti o meno un pene addosso non cambia), di controllo, conquista, potere, accapparramento, uso di una violenza legittimata, uso delle armi per affermare tutto questo.
Il militarismo difende la necessità dell’uso della forza per la risoluzione dei conflitti e prevede la preparazione della società a quest’uso – esercito e militari presenti con sempre maggior capillarità nella nostra quotidianità, sedicenti forze dell’ordine nelle varie forme che la divisa assume. Il militarismo non si “limita” a proiettarsi in conflitti che noi vediamo come “esterni”, lontani, ma si estende ai conflitti interni, con la creazione di nemici interni e l’utilizzo appunto di polizia e militari (ad esempio per reprimere il dissenso, come è accaduto al corteo contro la Trident domenica scorsa, 11 ottobre, a Cagliari).
Il militarismo é cultura dello stupro: violenza intrinseca del mondo patriarcale, violenza tragicamente ordinaria in guerre passate, presenti e conosciute, violenza agghiacciante e inenarrabile del nazismo e del razzismo, sempre e comunque, in pace e in guerra, crimine contro il genere femminile, -e non da oggi ma da sempre- (…)
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Tratto dal volantone “Feminis, etnîs, violenzis” – Dumbles 1993

Per legittimare la sua massiccia presenza armata il Sistema cerca di fare, fra le varie, un’operazione disgustosamente nota come “pinkwashing” passando attraverso i corpi delle donne e delle persone lgbtiq.
Questo termine è stato coniato dai movimenti queer transnazionali in riferimento alle politiche di copertura di Israele tramite le quali cerca di “ripulirsi” per gli orrendi crimini di cui si macchia. Sostenendo la popolazione lgbtiq il governo cerca di dare un’immagine democratica del paese, con lo scopo di contrastare lo sdegno crescente dell’opinione pubblica internazionale per la sistematica violazione dei più elementari diritti umani de* palestines*.
Riconosciamo la stessa radice della violenza eteronormata di quella sul corpo delle donne: si passa dagli stupri ai pacchetti sicurezza, alla repressione, alla normalizzazione, alla riduzione delle donne a soggetti deboli da mettere sotto tutela. Dall’omofobia al tentativo di integrare le soggettività lgbtqi innescando un sistema oppressivo, di neutralizzare ogni tipo di conflittualità creando l’esigenza di essere “come tutti gli altri”, quei “normali” che sgomitano e sono pronti a schiacciare chiunque per farsi togliere la libertà in cambio di un leggero riconoscimento.
Le istituzioni ti fanno sentire impotente per porsi garanti della tua esistenza, in cambio ti si richiede alienazione e produttività. Devi diventare uno strumento per annientare i suoi nemici, devi essere paladin@ della legalità sul piano interno e della civiltà su quello globale. E allo stesso modo, il mercato liberista fagocita le differenze per ridurle a merce: dalle diversità alla diversificazione del prodotto, da soggetti conflittuali a target commerciali.
Tramite Pinkwashing, Pink Marketing, omonazionalismo il movimento gay e lesbico mainstream non solo soffoca i movimenti LGBT radicalmente anti-neoliberali, ma diventa un efficace strumento per l’avanzamento dell’imperialismo. Questi sono mezzi tramite i quali le le conquiste e le lotte del movimento LGBTIQ vengono strumentalizzate nel tentativo di controllare i corpi e omologare i desideri, vengono usate e cooptate nella guerra contro nemici sapientemente assemblati, nelle politiche militariste e imperialiste, e nel razzismo interno generato da questo clima, distraendo dalle violazioni, violenze e crimini che il Sistema compie.
Bisogna allora rifiutare una visione spoliticizzata e isolata dei diritti lgbtiq (e delle donne).
Siamo lesbiche, gay, trans, intersex, queer, e siamo allo stesso tempo lavoratrici, precarie, disoccupate, migranti… I nostri bisogni e i nostri desideri non si riducono al poter sposare una persona dello stesso sesso o al poter ballare – portafogli permettendo – in una discoteca ma si articolano con le altre dimensioni della nostra vita, si intrecciano con le lotte contro il machismo, contro lo sfruttamento e la precarietà del reddito, contro il razzismo, l’imperialismo e ogni altra forma di oppressione.
Corsivi e riferimenti: http://smaschieramenti.noblogs.org/post/2012/11/05/356/ ;
http://leribellule.noblogs.org/post/2013/06/22/pinkcleaners-ripulisci-il-tuo-orgoglio-dal-pink-market/ http://www.lavoroculturale.org/omonazionalismo/

Quando pensiamo ai bombardamenti casuali della NATO dobbiamo pensare che si sono esercitati qua, quando pensiamo agli abusi perpetrati dell’esercito israeliano dobbiamo pensare che si esercita qua, quando pensiamo allo stupro come arma di guerra sistematica dobbiamo pensare che gli uomini che stupreranno altre donne (ma pure le donne militari che commetteranno abusi) si sono esercitati qua. La lotta antimilitarista ci riguarda una volta in più perché donne, perché persone queer, perché abitiamo questo territorio, e se non ci opponiamo alla presenza armata, ne siamo complici oltre che vittime. E quest’ultimo termine lo scelgo volutamente perché questo sistema colpisce anche noi che viviamo in questa fetta di Mondo, in questa sponda di Mare, schiaccia anche noi, cerca di incasellarci e opprimerci, perpetua violenze che ci toccano, e perché tutto lo schifo che si riversa nelle basi presenti nel territorio che popoliamo ci avvelena, inquina la terra che respiriamo e grazie alla quale viviamo, ci priva di ogni risorsa, rientrando pienamente nel processo di colonizzazione dell’Isola.
Come recitava uno striscione NoTav manteniamo I NOSTRI CORPI E QUESTE TERRE RIBELLI E RESISTENTI. Quale che sia la forma di lotta che scegliamo, che sia un volantino o un sasso, una tenaglia o uno slogan, un corteo o un’iniziativa di sensibilizzazione diamo voce alle nostre differenze in maniera attiva, riconoscendo valore alle stesse.

Se ci fosse risposta e possibilità, mi piacerebbe trovare un’occasione di incontro comune, rinnovo intanto l’invito alla partecipazione alle iniziative esistenti.

Moju

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